ALLE ORIGINI DI BELLEZZA E VERITÀ

ALLE ORIGINI DI BELLEZZA E VERITÀ
8 Aprile 2017 redazione

Marco Dallari e Stefano Moriggi invitano gli insegnanti a curare la competenza emotiva e ad allenare la capacità di immaginazione per educare i soggetti in formazione al sentimento della bellezza e per aiutarli ad avere coscienza delle proprie emozioni estetiche e a saperle comunicare. Per l’incontro con l’autore “Educare bellezza e verità” di ieri pomeriggio a Palazzo Fedrigotti.

La provocazione inizia dalla copertina che mette in relazione, occhi negli occhi, Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore, e Albert Einstein, uno dei più celebri fisici della storia della scienza. E prosegue all’interno del libro che, nella piccolezza delle dimensioni, distilla manuali di filosofia, storia antica, arte, epistemologia, pedagogia e didattica. La sfida è riconciliare bellezza e verità, tornare alle origini della coincidenza “bello e buono/vero” della Grecia antica (“kalos-kai-agathos”), prima della scissione tra fisico e metafisico, corpo e spirito, tra estetica e riflessione filosofica universale.
Marco Dallari, pedagogista, e Stefano Moriggi, filosofo della scienza, hanno proposto al pubblico di EDUCA il lavoro di ricerca, scomposizione e ricostruzione che suggeriscono nel loro libro “Educare bellezza e verità” (Erikson, 2016) nell’incontro dallo stesso titolo che li ha visti protagonisti nella sala convegni di Palazzo Fedrigotti. Con loro Sara Dell’Antonio, ricercatrice in Filosofia della scienza al Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento e Gianfranco Maraniello, direttore del Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto).
Dal dialogo è emerso che “bellezza” e “verità” possono essere obiettivi educativi. Da portare in classe, tra bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Con un’avvertenza. «Non significa – si è precisato – insegnare ciò che è bello e ciò che è vero, ma fornire strumenti per la co-costruzione di esempi e repertori di verità e bellezza, scoprendo come spesso le due idee convivano o addirittura coincidano. Significa allenare e valorizzare la curiosità per la conoscenza e la sensibilità emozionale».
Il ruolo di chi insegna ed educa consisterà, dunque, soprattutto nel fornire alle nuove generazioni gli strumenti, l’”abc” per cogliere, decodificare, fruire ed esprimere il gusto del bello e del vero.
In un mondo della scuola e dell’università nel quale si parla molto di skills, di competenze, trasversali, si tratta di metterne a fuoco una ancora trascurata: la competenza emotiva.
«Educare al sentimento della bellezza, aiutare i soggetti in formazione ad avere coscienza e controllo delle proprie emozioni estetiche – ha spiegato Dallari – significa allora non (come si è fatto e ancora si tende a fare) pretendere di indicare ciò che è bello e ciò che è brutto, ma formare quella che Daniel Goleman chiama “competenza emotiva”, cioè l’insieme di abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle transazioni sociali che suscitano emozioni, con la consapevolezza di come l’elaborazione del sentimento della bellezza sia fondamentale per l’intelligenza emotiva». Per avvertire il sentimento della bellezza è necessaria un’immaginazione, delicata e sensibile. Un’abilità da affinare, sviluppare, allenare per evitare di cadere nel contrario della bellezza che «non è la bruttezza ma la rozzezza culturale e l’ignoranza emozionale».
Sarà dunque una combinazione adeguata di condizioni culturali, di sensibilità e gusto, di qualità dell’esperienza percettiva e relazionale a rendere la persone capace di provare stupore e di saper comunicare le sue emozioni. Un’esperienza educativa della bellezza che passa anche e molto dalla competenza relazionale e narrativa di chi insegna. Di qui un appello particolare a curare questi aspetti nella formazione del personale docente indipendentemente dall’ambito disciplinare.

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